L’Ariosto di Alik Cavaliere
Questo lavoro sull’Orlando Furioso comprende i seguenti elementi: il duello tra Ruggero e Rodomonte – il più terribile dei guerrieri saraceni – che si conclude con la morte dello sfidante (1993-1994, lamiere di ottone l’uno, di rame l’altro, 260 x 135 x 100 cm); due ippogrifi (il primo, stesso biennio d’esecuzione e stessi materiali, 274 x 224 x 165 cm; il secondo, stessa data e materiali, 172 × 191 × 133 cm). A mo’ di quinte furono allestiti anche il grande trittico Scene dall’Orlando Furioso (1993-1996, acquerello, matita e tempera, 249 x 150 cm ciascuno) e il dittico Non conosce la pace e non l’estima / chi provato non ha la guerra prima (versi dell’Orlando Furioso). Il primo pannello del dittico rappresenta un guerriero a cavallo (1994-1996, tecnica mista e collage su carta intelaiata, 310 x 172 cm), il secondo, un guerriero con la morte e un rapace (stessa data e tecnica, 310 x 172 cm).
In una conferenza su Ariosto scritta pochi mesi prima di morire e corretta ancora negli ultimi tempi in ospedale, Alik Cavaliere scriveva: “…ritengo che […] i motivi invocati da Ariosto all’inizio del suo poema non siano che i soggetti, i pretesti che gli consentono di trovare uno straordinario margine di libertà entro vecchi schemi. Gli schemi –irrimediabilmente svuotati dai valori tradizionali ai quali pur sottolinea più volte di riferirsi- sono trattati dall’Ariosto con sottile, corrosiva e tuttavia gradevole ironia, distribuita con sapiente continuità, quasi a velarne attraverso la mediazione letteraria l’invecchiamento, prodotto sul soggetto dalle profonde trasformazioni storiche in atto che lo portano alla necessaria e inevitabile conseguente trasposizione del poema cavalleresco in romanzo contemporaneo”.
Quello che Alik sottolinea, ciò che gli interessa è la capacità di Ariosto di testimoniare quel cambiamento di valori ed è la capacità dell’arte in generale di individuare, riflettere e raccontare a chi ha sufficiente attenzione e sensibilità culturale il cambiamento, il costante e ineludibile modificarsi della società umana e dei suoi valori. Non solo le trasformazioni epocali, quelle che fanno sobbalzare e stringere il cuore degli uomini e che sarebbero semplici e sotto gli occhi di tutti -la società europea dopo la Prima o la Seconda guerra mondiale, la Cina dopo la rivoluzione comunista- ma quei cambiamenti quotidiani, non valutabili nell’immediato, cui “tutti assistiamo nel corso della nostra vita, attimo dopo attimo”. Si tratta di “una infinità di piccole mutazioni” che noi “assorbiamo con equilibrio, normalmente, senza traumi o particolari problemi di adattamento” e verso le quali “la nostra partecipazione è per consuetudine ridotta, talora passiva o assente se non istintivamente ostile al nuovo, al non noto”; anche rispetto ad un avvenimento inconsueto, diverso, “tendiamo tutti –scrive poco oltre Alik- a una difensiva, a una automatica archiviazione e lo releghiamo, respingiamo, in qualche anfratto della memoria”. Tuttavia, si tratta di cambiamenti che sommandosi e susseguendosi nel tempo producono una modificazione della nostra sensibilità, del nostro gusto, modificano il nostro rapporto con l’altrettanto mutato ambiente circostante, determinano un diverso stato di fatto, provocano risposte diverse da parte del singolo e della collettività stessa ai problemi.
Se il filosofo, come affermava Hegel, che Alik tanto amava, coglie per primo il travaglio dell’epoca nuova, è un artista come Ludovico Ariosto che può essere capace di riconoscere e rendere vivo, richiamare nell’opera il mutamento che di giorno in giorno si sedimenta via, via senza scosse apparenti, sottotraccia. Ed è un palesare ironico e vitale, che racconta il tragico con il sorriso e il gioioso con una lacrima. E’ l’arte che gioca con la vita. Ludovico Ariosto è per Alik il simbolo di una sensibilità lucida e consapevole, è l’artista che può dimostrare, scoprire e palesare, i mutamenti che coglie nel suo tempo.
Non tutte le opere d’arte, anche grandi, manifestano questa straordinaria capacità di travedere il nuovo del futuro nel presente ed è questo uno dei principali motivi del fascino profondo che l’opera di Ariosto ha esercitato su Cavaliere.



