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Il mio più grande amico

Testo Dario Fo

Il testo di Dario Fo, riproposto nel catalogo della mostra retrospettiva “Alik Cavaliere. Il paradosso della Natura”, Galleria Niccoli, Parma, 2001

L’altro giorno con Franca, stavo passeggiando dalle parti di Corso Italia, a Milano. Si era verso l’imbrunire e ci siamo trovati a passare di fianco ad un giardino comunale cintato, un piccolo parco con piante gigantesche e ben fronzute. Dentro, in uno spiazzo, si intravedevano dei ragazzini, una decina, che giocavano al pallone, vociavano, si sfottevano, scoppiavano in grosse risate. Osservammo che i cancelli della cinta in ferro erano chiusi con grossi lucchetti. Come erano riusciti ad entrare quei ragazzi? Scavalcando la cinta, naturalmente, all’istante m’è venuto in mente Alik Cavaliere. Mi sono apparsi davanti agli occhi i suoi alberi in bronzo rinchiusi in gabbie dalle sbarre alte e puntute. Alberi i cui rami tentano disperatamente, come braccia, di poter uscire, spuntar fuori. Franca osservò che quei ragazzi nel parco ingabbiato, costretti a rischiare multe dai vigili, pur di godersi uno spazio libero e imprigionato, erano il simbolo perfetto, seppur grottesco, della nostra Milano d’oggi. Alik Cavaliere con le sue rappresentazioni paradossali, aveva previsto ed anticipato, dieci anni prima, una prossima realtà che purtroppo non ha più nulla di paradossale, ormai è diventata una realtà quotidiana.

A proposito di rappresentazione tragica e sarcastica del nostro tempo, si è aperta nel mese di ottobre qui a Milano al Centro Artistico “Alik Cavaliere”, una sua mostra dove sono state esposte alcune opere inedite, straordinarie. Una in partico1are, di notevole ampiezza, rappresenta sequenze di figure umane, alberi, arcate, oggetti e macchine quasi metafisiche: il tutto produce una suggestione notevole. Quel groviglio dì volumi, rami, corpi, giocattoli, frammenti di case sventrate, fa venire in mente una specie di discarica dove si gettano le consumate follie della nostra civiltà, meglio ”della nostra inciviltà”. Alik ci stava lavorando fino a qualche settimana prima di lasciarci. È un vero peccato che quel grande monologo sia stato interrotto.

Visitando quella esposizione avete sicuramente potuto scoprire il grande talento di Alik: uno scultore narratore, che si serviva del bronzo. della pietra e della terracotta come noi attori della voce e del gesto. Conosceva perfettamente il russo, sua madre veniva da Yalta, in Crimea. Recitava a memoria con bellissime cadenze i poemi di Majakovskij. Mi aiutò a tradurre in italiano i brani più famosi della poesia del grande Russo che poi ho inserito in uno spettacolo che stavo allestendo con Franca. Un giorno si stava parlando delle anabasi di Senofonte e dell’idea che mi era venuta di realizzare uno spettacolo su quella straordinaria vicenda. Alik all’improvviso si mise a recitare in greco la sequenza che descrive il pranzo dei generali greci invitati dai notabili persiani che nell’ultima portata si trasforma nel massacro di tutti i convitati ellenici. C’erano con noi attori che non conoscevano a fondo Alik. Rimasero stupefatti. Io che lo conoscevo dal tempo del Liceo e dell’ Accademia di Brera non mi sorprendevo più dinanzi alle sue incredìbili rappresentazioni. Alik è stato senz’altro il mio più grande amico. A lui mi legava il ritrovarmi spesso sulla stessa gamma d’onda della “follia dei contrari”, che significava e significa ancora la non accettazione della consuetudine del buon senso furbastro e accomodante. Ci legava l’insofferenza verso le regole e i regolamenti della convenienza: “Stai in equilibrio, fingi la spregiudicatezza, ma non farti mai scoprire fuori dal coro”. Io gli recitavo i discorsi sul valore dello star al mondo di Ruzante, lui mi rispondeva con le rime del Candelaio di Giordano Bruno. Alik si serviva delle tragedie di Shakespeare come discorso propulsore alle sue sculture. “Attento – ripeteva – gli antichi hanno già detto tutto, ma nessuno se ne è accorto. Saccheggiamoli meglio, prima che arrivino i raccoglitori di spazzatura”.

Dario Fo
da I dintorni di Alik, edizioni Proposte d’Arte Colophon, 2000